La morte del camoscio

Oggi vi presento un altro poeta romeno, Nicolae Labiș (2 dicembre 1935- 22 dicembre 1956), che a solo 5 anni sapeva leggere, che a soli 15 anni ha avuto il suo debuto letterario, ma a cui opera non e tanto ampia, perché ha vissuto poco.  Il suo capolavoro, il poema  “La morte del camoscio”, rimarra per sempre nella memoria di chi l’ha letto. (Questo poema, insieme ad un altra poesia e una fiaba, mi facevano sempre piangere quando ero piccola.)

“La morte del camoscio”  (di Nicolae Labiş )

La siccita ha ucciso qualsiasi brezza di vento.

Il sole si e sciolto ed e colato sulla terra.

E rimasto il cielo bollente e vuoto.

I secchi tirano fuori dai pozzi il fango.

Sui boschi sempre piu spesso fuochi, fuochi,

Danzano selvaggi, satanici giochi.

 

Seguo papa in salita tra i cespugli

E gli abeti mi graffiano, cattivi e secchi.

Partiamo insieme alla caccia di camosci,

La caccia della fame nei monti Carpazi.

La sete mi fa crollare. Bolle sulla pietra

Il filo d’acqua colato dalla fontana.

La tempia pesa sulla spalla. Cammino come su un altro

Pianeta, immenso, estraneo  e pesante.

 

Aspettiamo in un posto dove ancora suonano,

Con le corde delle onde calme, i ruscelli.

Quando tramontera il sole, quando scintillera la luna,

Qui verranno per dissetarsi

Uno dopo l’altro, i camosci.

 

Dico a papa che ho sete e mi fa segno di tacere.

Inebriante acqua, che limpida ti muovi!

Mi sento legato attraverso la sete alla creatura che morira

Nell’ora vietata dalla legge e dalle tradizioni.

 

Con un fruscio spento respira la valle.

Che terrificante imbrunire galleggia nell’universo!

All’orizzonte scorre sangue e mio petto e rosso, sembra che

Le mani piene di sangue al petto le avevo terse.

 

Come su un altare bruciano le felci con fiamme viola,

E le stelle meravigliate sfavillano fra esse.

Oh, come vorrei che non arrivassi piu, che non arrivassi piu,

Bel sacrificio del mio bosco!

 

Esso compare saltellando e si fermo

Guardando intorno con paura,

E con le sue narici sottili rabbrividisce l’acqua

Con cerchi scivolosi di rame.

 

Nei suoi umidi occhi luccicava qualcosa di indefinito,

Sapevo che morira e patira.

Mi sembrava di rivivere un mito

Con una ragazza trasformata in camoscio.

Da sopra, la luce pallida, lunaria,

Setacciava sulla sua calda pelliccia fiori spenti di ciliegio.

Oh, come desideravo che per la prima volta

Il fucile di papa sbagliasse la mira!

 

Ma le vallate rombarono.

Caduto nelle ginocchia,

Esso alzo la testa, la dimeno verso le stelle,

Dopo crollo, scatenando sull’acqua

Fuggiasche folle nere di perline.

Un passero blu balzo dai rami,

E la vita del camoscio verso i tardi orizzonti

Volo tenero, con grido, come gli uccelli in autunno

Quando lasciano i nidi grigi e vuoti.

Inceppato sono andato e gli ho chiuso

Gli occhi ombrosi, tristemente custoditi dalle corna,

E son balzato silenzioso e bianco quando papa

Mi disse con gioia: – Abbiamo la carne!

 

Gli dico a papa che ho sete e mi fa segno di bere.

Inebriante acqua, come ti muovi abbuiata!

Mi sento legato dalla sete dal essere che mori

All’ora vietata dalla legge e dalle tradizioni…

Ma la legge e vana ed estranea

Quando la vita dentro di noi difficilmente rimane aggrappata

Mentre la tradizione e la pieta son vane,

Quando mia sorella e affamata, malata e sta per morire.

Da una canna del fucile di papa esce del fumo

Oh, senza del vento le fogliame corrono in folla!

Alza papa un fuoco spaventoso

Oh, che tanto e cambiata la foresta!

Dall’ erba prendo in mano senza sapere

Un campanello con suono argentato

Dalla braccia papa tira con le unghie

Il cuore del camoscio e i rognoni.

 

Che cos’e il cuore? Ho fame! Voglio vivere e vorrei…

Tu, perdonami, casto – tu, mio camoscio!

Ho sonno. Che alto e il fuoco! Ed il bosco, che profondo!

Piango.Che pensa papa? Mangio e piango. Mangio!

In questo video i versi sono pure in inglese. Cantano i fratelli Chiriac. Musica: Valeriu Sterian. Spero che vi piaccia! A me commuove ogni volta…

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