“Cent’anni di solitudine”

Ho finito di leggere questo libro la settimana scorsa. No, non faccio recensione, ci sono tanti blogger che si occupano di questo, voglio solo fare una veloce nota di quello che mi ha colpito di più.

Avendo letto prima un altro libro di Gabriel Garcia Marquez, “L’amore nei tempi del colera”, in qualche modo all’inizio  immaginavo fosse qualcosa di simile a quello, ma leggendo avevo capito che era tutta un’altra storia. Mi è piaciuto l’inizio, il racconto con i zingari, che mi ha fatto ricordare la mia infanzia, quando ogni tanto si sentivano passare in grande rumore gli zingari nomadi, con i loro abiti colorati, con la loro musica, con i loro balli, con le loro pentole e con i loro paioli.

Mi ha colpito l’unione tra il reale e fantasia, la facilità e la coerenza con cui viene fatta. Quasi quasi non si capisce quando finisce una e quando inizia l’altra.

Mi ha colpito la moltitudine dei personaggi con lo stesso nome. Caspita! Ad un certo punto non sapevo di qual Aureliano si trattasse :))

Della scrittura di Marquez non dico niente, perché è assolutamente stupenda, tuttavia questo romanzo, realistico, puo essere un po pesante, puo darti durante lettura una certa tristezza, visto che tutti muiono e che tutti si trovano la fine nei modi più strani.

Ma la “ciliegia sulla torta” in questo libro è una frase. La frase più lunga che io abbia mai letto, contenente 963 parole! Eccola:

“Aureliano Secondo non si accorse della cantilena fino al giorno seguente, dopo colazione, quando si senti stordito da un ronzare allora più fluido e alto del rumore della pioggia, ed era Fernanda che girava per tutta la casa lamentandosi che l’avevano educata come una regina per finire da serva in una casa di pazzi, con un marito fannullone, idolatra, libertino, che stava a pancia all’aria ad aspettare che gli piovesse la manna dal cielo, mentre lei si stroncava le reni cercando di tenere a galla una casa tenuta su con gli spilli, dove c’era tanto da fare, tanto da sopportare e da rabberciare, da quando spuntava Dio fino all’ora di mettersi a letto, che finiva per coricarsi con gli occhi pieni di polvere di vetro e, tuttavia, mai nessuno che le dicesse buon giorno, Fernanda, come hai dormito, Fernanda, né le chiedevano mai anche solo per cortesia perché era cosi pallida e perché si svegliava con quegli occhi pesti, anche se lei non sperava, naturalmente, che qualcosa di simile saltasse fuori dal resto di una famiglia che in fondo l’aveva sempre considerata come un impiccio, come lo straccetto per sollevare la pentola, come un pupazzo scarabocchiato sul muro, e che andavano sempre spettegolando contro di lei, negli angoli, chiamandola bigottona, chiamandola farisea, chiamandola volpe, e perfino Amaranta, requiescat in pace, aveva detto chiaro e tondo che era di quelle che scambiavano il sesso maschile con l’equinozio, benedetto Dio, che parole, e lei aveva sopportato tutto con rassegnazione per le intenzioni del Santo Padre, ma non aveva potuto più resistere quando quel malvagio di Josè Arcadio Secondo aveva detto che la rovina della famiglia era stata quella di aprire la porta a una spocchiosa, immaginarsi un po, a una spocchiosa prepotente, Dio mi aiuti, una spocchiosa figlia di mala saliva, della stessa indole degli spocchiosi che aveva mandato il governo a uccidere i lavoratori, ditemi un po, e si riferiva niente di meno che a lei, la figlioccia del Duca di Alba, una dama di tale prosapia da far rivoltare il fegato alle mogli dei presidenti, una idalga di sangue come lei che aveva il diritto di firmare con dodici spagnolissimi cognomi, e che era l’unica mortale in quel villaggio di bastardi che non si sentiva impacciata davanti a sedici posate, perché poi quell’adultero di suo marito saltasse fuori a dire sghignazzando che tanti cucchiai e forchette, e tanti coltelli e cucchiai non erano roba da cristiani, ma da centopiedi, e l’unica che poteva stabilire a occhi chiusi quando si serviva il vino bianco, e da che parte e in qual bicchiere, e quando si serviva il vino rosso, e da che parte e in qual bicchiere, e non come quella selvatica di Amaranta, requiescat in pace, che credeva che il vino bianco si servisse di giorno e il vino rosso di sera, e l’unica in tutta la costa che poteva vantarsi di non essere mai andata di corpo se non in pitali d’oro, perché poi il colonnello Aureliano Buendia, requiescat in pace, avesse a sfacciataggine di chiedere con il suo fiele di massone perché mai si era meritata quel privilegio, se era forse perché lei non cagava merda, ma fiordalisi, immaginarsi, che parole, e perché Renata, la sua stessa figlia, che indiscretamente aveva visto le sue deiezioni nella stanza da letto, rispondesse che in realtà  il pitale d’oro puro è di pura araldica, ma quello che c’era dentro era pura merda, merda fisica, e ancor peggio delle altre perché era merda di spocchiosa, immaginarsi, la sua stessa figlia, di modo che non si era mai fatte illusioni sul resto della famiglia, ma in ogni modo aveva il diritto di aspettarsi un po più di considerazione almeno da parte di suo marito, dato che bene o male era suo coniuge sacramentale, il suo autore, il suo legittimo pregiudicatore, che si era addossato per volontà libera e sovrana la grave responsabilità di toglierla dal focolare paterno, dove non si era mai privata né lamentata di nulla, dove intrecciava palme funebri per pur piacere di passatempo, dato che il suo padrino le aveva mandato una lettera e il sigillo del suo anello inespresso nella ceralacca, solo per dirle che le mani della sua figlioccia non erano fatte per faccende di questo mondo, tranne che per suonare il clavicembalo e, tuttavia, quell’insensato di suo marito l’aveva tolta dalla sua casa con tutti gli ammonimenti e le raccomandazioni e l’aveva portata in quella bolgia infernale dove non si poteva respirare dal caldo, e prima ancora che lei avesse finito di osservare le sue diete Pentecoste se n’era già andato, coi suoi bauli transumanti e la sua fisarmonica da giromondo, in un luogo di adulterio, con una disgraziata alla quale bastava guardare le chiappe, bè, ormai le era scappata, alla quale bastava vedere come dimenava le chiappe da giumenta per capire subito che era una, che era una, tutto il contrario di lei, che era signora sia nel palazzo sia nello stabbiolo, sia a tavola si a letto, signora di nascita, timorosa di Dio, ubbidiente alle sue leggi e sottomessa ai suoi disegni, e con la quale non poteva fare, naturalmente, le smorfie e i salti mortali che faceva con l’altra, che naturalmente si prestava a tutto, come le matrone francesi, e ancora peggio, a pensarci bene, perché quelle almeno avevano l’onestà di mettere una lanterna rossa sulla porta, porcherie simili, immaginarsi, non mancava altro, con la figlia unica e beneamata di donna Renata Argote e di don Fernando del Carpio, e soprattutto di questo, naturalmente, un santuomo, un cristiano di grandi meriti Cavaliere dell’Ordine del Santo Sepolcro, di quelli che ricevono direttamente da Dio il privilegio di mantenersi intatti nella tomba, con la pelle tesa come raso di sposa e con gli occhi vivi e diafani come smeraldi.”

5 pensieri riguardo ““Cent’anni di solitudine”

    1. Ti capisco, ho avuto per ben tre volte la tentazione di rinunciare, ed ero alla pagina 80… :))) Non è facile da leggere, almeno all’inizio (e non per la mancanza dei dialoghi, tipica per l’autore) ma se gli dai il tempo di catturare la tua attenzione, se lo leggi semplicemente con calma, senza aspettative (come ho fatto io prima) e senza fretta, piano piano scopri il suo fascino… perché si, in tutto è un libro affascinante, e non perché scritto da Marquez, o per il Premio Nobel ricevuto, o perchè molti lo considerano un capolavoro, ma per tutto che trovi dentro: sei generazioni, le storie che tendono ripetersi, le pergamene con le scritte previste cent’anni prima, la vita di ogni giorno e nel contesto storico sociale, le donne con la loro forza, gli uomini con le loro guerre e chimere, le piogge, gli amori, i sogni, la magia che si intreccia con la realtà, ecc, ecc.

      Certo, alcuni passaggi sono davvero deprimenti e desolanti, descritti in una maniera fantastica, quasi a toccarli con mano… solo a pensare ad una pioggia che duri 3 anni, mi si annebbia il cervello :))

      Se mi posso permettere un consiglio, direi di dargli una seconda possibilità. Leggilo, merita. Non per niente le ho dedicato un articolo, e non per niente mi ha colpito. 😉

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